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La Sicilia indipendentista. Un percorso breve che parte dal 450 a.c. al 1944 con il famoso inno.

La Sicilia indipendentista. Un percorso breve che parte dal 450 a.c. al 1944 con il famoso inno.

Nel corso della storia, sono state diverse le idee di emancipazione dell’isola siciliana, quelle idee di Stato-nazione. Tra gli esempi si possono registrare: la rivolta dei Siculi con Ducezio 450 A.C., o, nel periodo romano, quella degli schiavi con Euno 136 A.C.  

Nel 218 A.C. bisogna ricordare la politica del giovanissimo Basileus di Sicilia Geronimo di Siracusa che, durante la Seconda guerra punica, per evitare che la Sicilia cadesse sotto il giogo romano, infranse l’alleanza coi Romani (stipulata molti anni prima dal nonno Gerone II e avallata dal padre Gelone II) avvicinandosi a Cartagine.

I Vespri siciliani furono una ribellione scoppiata a Palermo all’ora dei vespri di Lunedì dell’Angelo nel 1282. Bersaglio della rivolta furono i dominatori francesi dell’isola, gli Angioini, avvertiti come oppressori stranieri. Da Palermo i moti si sparsero presto all’intera Sicilia e ne espulsero la presenza francese.

La ribellione diede avvio a una serie di guerre, chiamate “guerre del Vespro” per il controllo della Sicilia, che si conclusero definitivamente con il trattato di Avignone del 1372. Dante scrisse a proposito, Divina Commedia, canto VIII del Paradiso:

«Se mala segnoria, che sempre accora

li popoli suggetti, non avesse

mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.»

Le rivolte del 1647 di Messina e quelle dell’anno successivo che si ampliarono in tutta l’isola, ebbe due personaggi di spicco: Giuseppe D’Alesi e Nino La Pelosa, che cercheranno di cacciare via i viceré (va ricordato che spesso molti di essi erano dei nobili siciliani) per istituire una repubblica indipendente, ma questa durerà solo per un breve periodo.

Degna di nota la Rivolta antispagnola di Messina, tra il 1674 ed il 1678, la città dello Stretto si sollevò contro la dominazione spagnola. Messina ambiva a diventare una repubblica oligarchica e mercantile sulla falsariga di Genova e Venezia. La rivolta fu repressa nel sangue e la città ribelle venne dichiarata “morta civilmente”.

Francesco Paolo Di Blasi un separatista repubblicano e non solo. Il martire palermitano fondò un’accademia linguistica siciliana per rivalutare la lingua dell’isola e per cercare di istituire una sorta di identità siciliana anche nei ceti sociali più bassi. Di Blasi, è affascinato dalle dottrine della rivoluzione francese e quindi cercherà in tutti i modi di fondare una repubblica siciliana. Scoperto, verrà decapitato nel 1795.

Nel dicembre 1816, però, a seguito del Congresso di Vienna, il Re Ferdinando I di Borbone, compie un vero e proprio colpo di mano: riunisce Regno di Sicilia e Regno di Napoli sotto una sola Corona, cioè quella del neonato Regno delle Due Sicilie, eliminando il Parlamento Siciliano che dichiara de facto decaduto. La monarchia borbonica compie la sua restaurazione, non ripristina l’unione dei regni di Napoli e di Sicilia nello status quo ante 1789, bensì fa un balzo indietro di cinque secoli e mezzo e restaura il regno di Carlo I d’Angiò. L’atto viene visto dalla classe politica siciliana come un affronto verso quello che ininterrottamente, e da circa 700 anni, era stato un regno indipendente a tutti gli effetti. Quasi immediatamente ha inizio una campagna anti-borbonica, accompagnata da una propaganda dell’identità siciliana, soprattutto per voce delle élite di Palermo.

Nel gennaio del 1848, dopo una prolungata crisi economica, a Palermo, a Chiazza dâ Feravecchia, ha inizio una nuova rivoluzione indipendentista, capitanata da Giuseppe La Masa. Dopo sanguinosi scontri, La Masa, al comando dell’esercito popolare, riesce a scacciare la luogotenenza generale e gran parte dell’esercito borbonico dalla Sicilia, costituendo un «comitato generale rivoluzionario» dagli inizi di febbraio. Il comitato generale istituisce un governo provvisorio a Palermo; tra le felicitazioni generali e l’ottimismo, Ruggero Settimo, un liberale moderato appartenente alla nobiltà siciliana, viene nominato presidente. Il 13 aprile il parlamento siciliano completa l’indipendenza con una nuova delibera in cui si afferma: “1) Ferdinando Borbone e la sua dinastia sono per sempre decaduti dal Trono di Sicilia., 2) La Sicilia si reggerà a Governo Costituzionale, e chiamerà al Trono un principe Italiano dopoché avrà riformato il suo Statuto.

La rivolta del sette e mezzo. Nella notte tra il 15 ed il 16 di settembre del 1866, circa 4 000 contadini dalle campagne circostanti Palermo, raggiungono la città, l’assaltano e spingono la popolazione alla ribellione. Fonti governative, parlano di circa “40 mila uomini in arme”. Alla rivolta partecipano anche ex-garibaldini, pentitisi d’aver appoggiato la spedizione per le gravi conseguenze portate alla Sicilia. La marina italiana, coadiuvata da quella inglese, decide di reprimere la rivolta bombardando la città dal porto: il risultato è di oltre un migliaio di morti, ed i sopravvissuti vengono arrestati ed in alcuni casi condannati a morte.

L’indipendentismo siciliano attraversa un altro periodo di lustro dal 1943 al 1950 circa, con la nascita del Movimento Indipendentista siciliano. Il 12 giugno 1943, in occasione della caduta di Pantelleria, viene diffuso un proclama separatista da parte del sedicente Comitato d’azione provvisorio che nelle settimane successive diventa Comitato per l’indipendenza Siciliana, Dopo sbarco alleato nell’isola, il movimento separatista si rafforza ulteriormente allargando il consenso presso le masse.

In questa occasione nacque l’inno ufficiale nazionale della Sicilia Indipendente. La cabaletta del duetto tra Giorgio e Riccardo alla fine del secondo atto, “Suoni la tromba, e intrepido”, con un testo adattato alla causa indipendentista, nel giugno del 1944 venne scelta come Inno ufficiale dell’Indipendentismo Siciliano e destinata a fungere quindi da inno nazionale della Sicilia indipendente.

I giovani del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia lo adottarono come inno, una romanza dell’opera – I Puritani -, musicata dal catanese Vincenzo Bellini, con un adattamento di Giovanni Alessi Caterini.

La musica rimase quella originale, mentre le parole furono adeguate alla causa. L’inno veniva cantato in ogni occasione utile alla Sicilia. Migliaia di giovani partecipavano. Basti pensare che gli iscritti al MIS arrivarono al mezzo milione, cifra mai raggiunta da nessun partito ad oggi. Una partecipazione inimmaginabile.

Ai siciliani era diventato molto familiare e cantavano tutti. Era conosciuto di più il brano adeguato che quello originale. Si raccontava che nei teatri siciliani, dopo la guerra, quando si metteva in scena l’opera, I Puritani di Bellini, gli spettatori scattavano in piedi e cantavano orgogliosi il testo dell’inno indipendentista. Lo sapevano a memoria.

Questo particolare portò i politici di allora a vietare l’opera nei teatri per oltre 20 anni. Solo negli anni ’70 ripresero le rappresentazioni, ma non successe più nulla. I giovani non sapevamo e i superstiti erano pochi.

Un racconto inedito solo per onore della storia e il ricordo dei fatti avvenuti. Ovviamente tutto va collocato nel periodo storico di pertinenza. 

Adriano Nicosia

Ascolta e poi leggi il testo

 

Ecco il testo: 

  • Per la Sicilia, intrepido
  • io pugnerò da forte
  • bello è affrontar la morte
  • gridando libertà!
  • Contro ogni tirannide
  • nemica della nostra terra,
  • ognun le armi afferra
  • gridando libertà.
  • Sicilia!
  • Nell’affrontar la morte
  • gridando Libertà!
  • L’oppresso nostro Popolo
  • quest’oggi si ridesta
  • e leva alfin la testa,
  • gridando Libertà!
  • Vogliam che in terra libera
  • vivan le nostre genti,
  • sorgan voci ardenti
  • gridando libertá!
  • Sicilia!
  • Nell’affrontar la morte
  • gridando Libertà!
  • Al suon dei bronzi indomiti
  • dei nostri templi santi
  • leviam in alto i canti
  • Sicilia e Libertà!

 

Questo testo è stato elaborato considerando alcuni testi storici e fonti attendibili attinte dal web.

 

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